Le emozioni, l'arma giusta per convincere a vaccinarsi
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Le emozioni, l'arma giusta per convincere a vaccinarsi

INVECE DI ECCEDERE NEI DETTAGLI TECNICI, CHE INDUCONO IN CONFUSIONE, UNO STUDIO DI MARIA CUCCINIELLO E COAUTORI SOTTOLINEA L'UTILITA' DI UNA COMUNICAZIONE PIU' CENTRATA SULL'EMOTIVITA'

Quando ancora si parla di una nuova e necessaria ondata vaccinale, diventa ancora più importante arrivare a coprire tutte le fasce della popolazione. La comunicazione per raggiungere le persone più dubbiose sulla bontà o meno di vaccinarsi, però, può puntare su tre elementi per convincerle, tutti e tre giocati sul versante emotivo. E i messaggi ricchi d’informazioni e dettagli scientifici? Risultano meno efficaci. Invece, i contenuti più convincenti da veicolare sono il richiamare alla memoria esperienze personali di vulnerabilità e dipendenza, l’invito a seguire le regole sociali incentrate sulla cooperazione tra cittadini, in un’ottica d’immunità di gregge, e terzo, infine, porre l’enfasi sulla presenza d’individui vulnerabili da tutelare nei diversi ambienti frequentati.
 
Del resto, «le campagne con molti dettagli tendono a confondere e a ridurre la comprensione delle informazioni ricevute. Di contro, un modo di comunicare più emotivo ma anche più fluido, semplificato e breve può generare un maggior tasso di ricezione di quelle informazioni da parte del pubblico», sottolinea Maria Cucciniello, professoressa associata del Dipartimento di Scienze politiche e sociali all’Università Bocconi, che ha scritto Altruism and vaccination intentions: Evidence from behavioral experiments, insieme con Alessia Melegaro (Dipartimento di Scienze politiche e sociali, Bocconi) e con Paolo Pin (Bocconi Institute for Data Science and Analytics), Blanka Imre (Dipartimento di Economia, Bocconi), Gregory A. Porumbescu (School of public affairs and administration at Rutgers University, Newark, Usa).
 
L’indagine, svolta in periodo pre-Covid, è stata condotta in laboratorio attraverso un esperimento basato su una logica di gioco e su un campione di studenti universitari. In parallelo, sempre nel 2018, è stata portata avanti anche un’analoga ricerca ma con genitori di bambini sotto i 5 anni di età. Inoltre è stata condotta nel 2021 un’indagine in diversi Paesi (Italia, USA e UK) non solo per tener conto degli anni effettivamente passati in piena pandemia ma anche lavorando con un campione rappresentativo della popolazione, per età, genere ed educazione oltre che equamente suddiviso tra individui vaccinati e non. Comunque, già grazie al primo paper «emerge l’importanza sia dei contenuti utilizzati sia anche del format di comunicazione scelto. Ed è proprio dalla sua rilevanza che si deduce come un modo di comunicare troppo oggettivo e denso di dati e informazioni di dettaglio può sortire un effetto contrario a quello desiderato», conclude Cucciniello.
 

di Camillo Papini
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