Comunicazione COVID, il linguaggio bellico non e' sempre efficace
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Comunicazione COVID, il linguaggio bellico non e' sempre efficace

L'USO DA PARTE DI CONTE DI UN LINGUAGGIO BELLICO, PER SPIEGARE LA GUERRA AL COVID, NON SI E' TRADOTTO IN UNA MAGGIORE FIDUCIA DEI CITTADINI VERSO IL GOVERNO

Gli italiani si sono abituati, durante il picco della pandemia, a seguire le conferenze stampa di Giuseppe Conte, al suo secondo mandato da presidente del Consiglio dei ministri (dal 5/9/2019 al 13/2/2021), per aggiornarli sull’evoluzione della crisi sanitaria. Ma quanto sono riusciti a essere efficaci e a rassicurare la popolazione gli interventi in diretta tv e social dell’allora premier?
 
Per rispondere a questa domanda Vincenzo Galasso dell’Università Bocconi, Baffi Carefin, IGIER, CESIfo & CEPR, e Carlotta Varriale del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche hanno condotto lo studio The Effectiveness of Leaders’ Public Communication During COVID-19 che ha analizzato, grazie all’indagine in tempo reale REPEAT Project, i giudizi sulle dichiarazioni di Conte prima e dopo il suo intervento pubblico del 28 marzo 2020.
 
Oggetto dell’annuncio: i dettagli del piano a supporto all’economia, in particolare a favore di lavoratori e famiglie in difficoltà. Emerge così un giudizio complessivamente positivo sulla gestione della crisi, in grado di evitare innanzitutto le accuse di mancata presa di responsabilità dei pericoli in atto (in inglese il cosiddetto blame avoidance) e, di conseguenza, capace di ridurre la possibilità che sentimenti di rabbia si diffondessero tra gli italiani. In particolare, c’è stata una reazione favorevole proprio all’adeguatezza degli interventi a sostegno dell’economia.

Eppure, l’uso da parte di Conte di un linguaggio bellico (scelto anche da altri leader politici stranieri), per spiegare la guerra al COVID, non si è tradotto in una maggiore fiducia dei cittadini verso il governo. Non solo, l’indagine è riuscita a mettere in evidenza che “l’impatto positivo del discorso dell’ex premier è stato più contenuto proprio tra i lavoratori direttamente interessati agli aiuti economici comunicati, rispetto al resto della popolazione maschile”, sottolinea Varriale. “Il motivo è che, probabilmente, i lavoratori coinvolti dalle misure hanno prestato più attenzione ai dettagli quantitativi dei sussidi messi in campo”.
 
Inoltre, a guardare in particolare il giudizio del pubblico femminile, “il linguaggio bellico adottato ha avuto minor presa tra le donne”, rilancia Varriale. “Forse sarebbe servito affidarsi anche a un lessico legato ai temi della famiglia e della salute. Il modello seguito dalla cancelliera Angela Merkel, maggiormente basato sulle evidenze scientifiche, avrebbe potuto essere un’alternativa per rassicurare fasce più ampie della popolazione e massimizzare il gradimento politico”.

di Camillo Papini
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