Giovani, temporanei e poco qualificati: i lavoratori piu' colpiti dalla pandemia

Giovani, temporanei e poco qualificati: i lavoratori piu' colpiti dalla pandemia

ALESSANDRA CASARICO, IN UN'ANALISI DELL'EFFETTO A BREVE TERMINE DI COVID SUL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO, CONFERMA CHE I PIU' COLPITI SONO QUELLI GIA' IN DIFFICOLTA' PER LA RECESSIONE PRECEDENTE. CON UN PIZZICO DI SPERANZA PER LE DONNE

La prima ondata dell'epidemia di COVID-19 ha colpito duramente il mercato del lavoro italiano, e soprattutto i lavoratori giovani, temporanei e poco qualificati attivi nel Centro-Sud del Paese, cioè gli stessi lavoratori che già soffrivano le conseguenze della precedente recessione. Tuttavia, secondo una ricerca di Alessandra Casarico (Università Bocconi) e Salvatore Lattanzio (Università di Cambridge), pubblicata su Covid Economics, le misure governative, tra cui il congelamento dei licenziamenti e la cassa integrazione straordinaria COVID-19, hanno contrastato efficacemente, nel breve termine, la crisi occupazionale.
 
Utilizzando dati amministrativi relativi a 1,95 milioni di lavoratori italiani tra il 2009 e il primo trimestre del 2020, Casarico e Lattanzio osservano che nelle prime otto settimane del 2020, prima dell'epidemia di coronavirus, le assunzioni erano state superiori del 10,6% rispetto alla media dei tre anni precedenti, con licenziamenti inferiori dell'1,8%, a testimonianza del fatto che il mercato del lavoro stava andando meglio degli anni precedenti.
 
“Quando il COVID-19 ha iniziato a diffondersi, si è registrato un netto calo delle assunzioni e un picco di licenziamenti e dimissioni volontarie. In altre parole, le aziende hanno iniziato a ridurre la forza lavoro e probabilmente hanno incentivato le dimissioni volontarie dei lavoratori più anziani e prossimi alla pensione. Anche la chiusura delle scuole ha forzato alcune dimissioni, soprattutto di lavoratrici", dice Casarico.
 
Quando il governo italiano ha introdotto il lockdown nazionale per le attività non essenziali (10 marzo) e le misure volte a mitigarne l'impatto sul mercato del lavoro (17 marzo), il calo delle assunzioni si è ulteriormente aggravato, dapprima per via delle prospettive economiche, poi anche in conseguenza del congelamento dei licenziamenti. I licenziamenti, che nelle due settimane precedenti erano state superiori del 70% e del 33% rispetto alla media triennale, si sono forzatamente arrestati. Le dimissioni hanno vissuto una dinamica analoga.
 
La probabilità di perdere il lavoro (che si tratti di licenziamento, cessazione o dimissioni) tra il 24 febbraio e il 31 marzo è stata maggiore per i lavoratori con contratto a tempo determinato, per quelli più giovani, per chi lavora nel Centro-Sud e per chi ha un livello di istruzione più basso. Il genere, al contrario, non è un predittore significativo della probabilità di perdita del posto di lavoro.
 
Il risultato sul genere è in contrasto con l'evidenza per gli Stati Uniti e il Regno Unito ed è forse dovuto al fatto che in Italia, a differenza di quei Paesi, le donne sono sovrarappresentate nelle attività essenziali (67,1%) rispetto agli uomini (57,8%) e in attività più facilmente svolte da casa in tempi di smart working, e questo potrebbe averle protette dalle conseguenze dirette della crisi COVID. D'altra parte, i dati disponibili riguardano solo l’interruzione dei contratti; non si possono escludere riduzioni delle ore lavorate dalle donne.
 
Alessandra Casarico and Salvatore Lattanzio, “The Heterogeneous Effects of COVID-19 on Labor Market Flows: Evidence from administrative Data,” in Covid Economics, Issue 52.

di Fabio Todesco
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